Folklore e feste paesane


Come nasce la festa popolare? Gli usi, le abitudini, líaffezione ad una festa, líattesa dellíuscita di un santo, la devozione ad un patrono. Tutto nasce da tradizioni che si perdono sin dallíorigine dei tempi legate ai bisogni dellíuomo, allíincertezza delle stagioni...

Tra passato e presente

Come si vede il popolo, in Sicilia come dovunque, ora come in antico, si è forgiato Dio ed i suoi santi a immagine e similitudine propria, e con i propri istinti e passioni, ma con poteri sovrumani. Ha foggiato tipi di santi di ferrea volontà e forza incomparabile, prepotenti, attaccabrighe, maneschi, vendicativi: ha foggiato tipi di santi d’insuperabile bontà e dolcezza e bellezza, armi potentissime di seduzione atte a vincere tutto.
Uno di siffatti santi scelto dal popolo in solenne assemblea e ratificato da inappellabili atti di magistrati municipali, rappresenta per esso un insostituibile punto di riferimento. Per prima cosa risolve le difficoltà della scelta del nome per chi nasce. In ogni paese molti sono coloro che hanno il nome del patrono, tanto che a volte basterebbe dare un’occhiata ai registri di nascita delle chiese per indovinare il patrono o il santo di maggior culto: si ha così un gran numero di Giorgio e Giovanni a Ragusa, di Bartolo a Giarratana, di Biagio a Comiso.
La devozione al santo patrono viene manifestata dal popolo in tanti modi; ma le cerimonie più tradizionali e irrinunciabili sono quelle classiche di una solennità religiosa: novenari, prediche, messe cantate, che il comitato organizzatore decide, sempre nel rispetto delle tradizioni. Dopo le cerimonie rituali sono indispensabili la pompa e lo spettacolo associato alla festa; tanto più grande è lo spettacolo, il trasporto e il coinvolgimento del popolo, tanto più bizzarre e curiose sono le scene; tanto più numerosi e assordanti i botti e gli spettacoli pirotecnici, tanto più sicura è la riuscita della festa.
I luoghi nei quali si svolge la festa sono generalmente la piazza principale e le vie più importanti, dove pulsa maggiormente la vita del paese.
Il periodo migliore per il suo svolgimento va dalla primavera fino alla fine dell’estate, visto che tutto si svolge all’aperto.
Se qualche festa cade in giorno infrasettimanale la si sposta alla domenica successiva; se invece dovesse capitare in periodo invernale, se ne fa un’altra in periodo migliore, con funzioni a volte uguali, a volte diverse, ma sempre in quella più spettacolare: “la divozione viene superata dal godimento mondano ed il gaudio dello spirito sottostà al sollazzo materiale del corpo”.
Ora si usa un po’ meno, ma fino a pochi decenni fa, si usava fare l’abito nuovo per la festa o si rimetteva a nuovo quello usato. C’è ancora una maggiore cura per la persona ed in modo particolare i parrucchieri sono oberati di lavoro fino a tarda sera. Il passeggio poi è di prammatica, in modo particolare per i giovani (che cominciano con le prime conquiste), ma anche pergli adulti, giacché si tratta di un’occasione irripetibile per lo scambio dei saluti e delle strette di mano per coloro che lavorano fuori e rientrano una volta l’anno in occasione della grande festa. (Tutto fa ricordare i famosi versi del Leopardi nel “Sabato del villaggio”, quando pala della gioia del passeggio per le vie del villaggio: ... e mira ed è mirata ed in cor s’allegra).
Alla festa in piazza e nelle strade si unisce anche la festa in cucina. Questa si allieta di pietanze insolite; nei piccoli paesi, poi, si alleva ancora il gallo, “per tirargli il collo” in occasione della festa e si rispetta così il proverbio: “festa ‘n chiesa, festa ‘n cucina”.
In buona parte della Sicilia, ma nella nostra provincia in particolare sono molto frequenti le gare religiose o campanilismi, fra chiese dello stesso paese poste sotto il patronato di santi diversi, o fra confraternite; ma più frequentemente in quei comuni o città divise in due parti, una nuova e una vecchia, una alta e una bassa, una dominante e una che non vuole essere dominata. Entrambe reclamano in virtù di privilegi stranissimi e a volte campati per aria, la supremazia sull’altra parte del paese e queste rivalità sono state negli anni passati così forti da degenerare nello scambio di insulti, di sputi e di epiteti più volgari anche nei confronti dei santi, e perfino nelle zuffe sanguinose. Scrive Serafino Amabile Guastella: “Sono atroci le ingiurie che in Comiso i devoti dell’Annunziata scagliano sull’Addolorata, e i devoti di questa sull’altra. L’espressione meno ribalda è di`puviridduna’ e di `spicalora’ profusa sull’Annunziata perché bruna di volto, e di ‘scula aranci’ a Maria dei dolori, perché torce le mani in segno di ineffabile angoscia. Ora accade spessissimo che in una famiglia il marito appartenga alla frazione della ‘scula aranci”, e la moglie a quella della ‘spicalora’, e viceversa; e in tal caso, durante l’una o l’altra festa le pareti domestiche son campi chiusi, ove agli urli e alle ingiurie son condimento indispensabile la rottura delle stoviglie, e le pugna, e i calci, e non rare volte la separazione dei coniugi.
Le stesse stravaganze, e forse anche maggiori, sono presenti a Scicli fra la ‘lavannara’ e la ‘facci arrappata’ cioè fra l’Immacolata di San Bartolomeo, e l’Addolorata di Santa Maria La Nuova, e le stesse turpitudini in Modica fra ‘lu cavaddaru’ e ‘lu tignusu’ cioè fra San Giorgio e San Pietro, e in Giarratana fra ‘lu scurciatu’ e ‘lu purca ru’ cioè fra San Bartolomeo e San t’Antonio, e così in molti e molti paesi, dell’isola”.
In questi ultimi anni c’è stato un rifiorire di queste sacre rappresentazioni, ma una cosa è certa: questi spettacoli, frutto della devozione e della mentalità d’altri tempi, man mano che scema il fervore religioso e prendono posto la fantasia e la curiosità, si svuotano e sono diventati solo arida rappresentazione fuori tempo e luogo. Ad essi oggi i giovani, che purtroppo hanno perso un certo interesse spirituale, preferiscono altri momenti collettivi di incontro che consentono la discussione di problematiche più attuali e politicizzate. Inoltre la rivalutazione di alcune antiche tradizioni culinarie, in sintonia con l’emergere di una certa vocazione turistica dei nostri paesi, sta producendo l’effetto di far sorgere quelle feste di folklore laico che sono le “sagre” (della ricotta a Monterosso, della cipolla a Giarratana, del pesce a Pozzallo, ecc.) le quali stanno prendendo il posto di molte feste poste sotto l’egida di un santo. Così il fatto turistico culinario, il carnevale sempre più rivalutato, le sagre mangerecce stanno in parte sostituendo le feste religiose di un tempo, vissute con grande partecipazione emotiva del popolo. Si arriverà forse un giorno ad avere la scomparsa delle feste patronali, come si nota già in alcune grandi città e si avranno le feste dove si adorerà il “dio ventre” sotto il patrocinio di un comune o di un partito?

Codificazione delle feste

Nelle feste bisogna distinguere comunque la parte che la chiesa ha dovuto subire, accettando pratiche che la paura e la superstizione del popolo vi introduceva, da quella che (era normale inserire nei riti) derivata dal kerygma e dalla ritualità ebraico-cristiana. Molte feste pagane furono ricodificate sulla base di avvenimenti salienti tratti dalla Bibbia e in modo particolare dalla vita di Cristo e gestite da varie confraternite: così, ad esempio, avviene per la “festa delle palme” a Monterosso, la “cavalcata di San Giuseppe” a Scicli e Donnalucata, le rappresentazioni della “settimana santa” a Vittoria, Acate, Ragusa, Ispica, ecc. le “cene di San Giuseppe” a Santa Croce Camerina, Acate, Scoglitti.
Certamente in seguito alla scomparsa di coloro che le conoscevano, si interruppe la trasmissione di molte rappresentazioni rituali che perciò sono state dimenticate, come il “mortorio”, cioè la drammatizzazione della Passione e morte di Gesù, che si rappresentava a Chiaramonte prima del 1750, in piazza, in chiesa o in teatro; altre invece sono state trasformate, come certe processioni della settimana santa, che a volte erano mute, ma più spesso cantate con litanie in dialetto (o “miserere”), con grande partecipazione di popolo. Così ai momenti più importanti del Nuovo Testamento, dall’ “Annunciazione” al “Natale”, dalla Passione, morte, resurrezione e Pentecoste all’Ascensione di Gesù, ai quali corrisponde una liturgia, una rappresentazione e una processione, si aggiungono poi momenti meno centrali come “la fuga in Egitto”, “l’ingresso di Gesù a Gerusalemme” e storie sacre con un rituale inferiore, come le leggende che trattano della vita o della passione di un santo, che ormai tendono a scomparire (ad esempio la rappresentazione della vita e del martirio di San Vito che si svolgeva a Chiaramonte nel ‘700, di San Giorgio a Ragusa e Modica). Di molte processioni, spettacoli e feste popolari dei secoli passati, molte volte, fatte poche eccezioni, restano solo ricordi, mentre con il sopraggiungere di nuove idee, abitudini e sentimenti scompariranno pure le altre o rimarranno solo in alcune aree delimitate. E’ logico pensare che le nuove generazioni che crescono lontane da queste rappresentazioni mistiche e inclini verso altri interessi, possano pian piano perdere la memoria sociale di queste tradizioni, che hanno un rilievo fondamentale nella conoscenza e nella crescita culturale di un popolo. In questi ultimi anni si è assistito ad un rifiorire di alcune manifestazioni popolari religiose, ma intese più come fatto folkloristico e momento comunitario che come espressione di un sentimento religioso; prova ne è la sempre più scarsa partecipazione emotiva rispetto alle passate generazioni, fra le quali la manifestazione era sorta con intensa devozione e spiritualità, determinata da un vero e proprio bisogno, visto che “queste manifestazioni sono esplicazione di una natura che ha bisogno di vedere per credere e di esaltarsi E ciò è difficile da capire e giudicare con la nostra mentalità. Nel sentimento religioso di un popolo si ritrova infatti forse il più profondo riflesso della società in cui esso vive ed è per questo che la natura e le manifestazioni di tale sentimento sono soggetti a trasformarsi col mutare dei tempi, delle abitudini e delle idee; un lavoro sulle tradizioni popolari religiose può servire quindi a fissare un momento storico e culturale di un popolo, che pian piano inevitabilmente sarà dimenticato, come è già avvenuto per molte feste o per parte del loro contenuto, o trasformato.
Ci si può rendere conto di queste trasformazioni o scomparse, ascoltando le testimonianze degli anziani o, su un livello più scientififico consultando gli studi sul folklore della nostra terra, come quelli di fifine ‘800 del Pitrè, Salomone Marino e Serafifino Amabile Guastella, o di altri più recenti, come Cocchiara, Buttitta. In meno di un secolo sono cambiate molte tradizioni e moltissime sono scomparse, non trasmesse più dalla memoria collettiva, tanto che diventa difficile rintracciarne il ricordo. Dopo la cacciata degli Arabi dalla Sicilia, intorno alla seconda Cene di San Giuseppe a Santa Croce. metà dell’XI secolo, ad opera dei Normanni (e col “placet” del papa Nicola Il), il clero e tutte le organizzazioni ad esso connesse sono diventati il fulcro attorno a cui è ruotata e in parte ruota ancora la vita sociale del popolo siciliano. Ma specie nei piccoli centri, il clero e tutto quanto ad esso faceva capo, era una forza formidabile, con la quale tutti amavano vivere in armonia. Con l’avvento degli Spagnoli, poi, questo legame col clero e la partecipazione alle processioni, alle feste e a tutto quanto veniva organizzato dalla chiesa, si ampliò a tal punto che, come qualche storico locale riferisce, il popolo “lo faceva per posa e più spesso per divertirsi. La loro religione era tutta materiata di convenzionalismi, di esteriorità, perché esteriorità e convenzionalità vedevano in alto. Ed ecco lo splendore abbagliante del culto, le quasi quotidiane feste spesso spettacolose; ed ecco altresì le questioni religiose infinite che, originate da una festa, o processione, o usanza chiesastica contestate, si trascinavano per anni presso le varie curie, formando tutta un’atmosfera di malcontenti e rancori campanilistici, che in qualche città... non si sono per sua vergogna del tutto estinti”. Un popolo istintivamente religioso quindi, portandosi dietro un enorme bagaglio di “relitti” Greci e Romani, vi aggiunge i suoi sentimenti, la sua esuberanza, la sua superstizione, un pizzico di magia, un po’ di paura del soprannaturale che non vede ma che in qualche modo percepisce. Son venute fuori così delle tradizioni e delle ritualità in cui spicca la forza del paganesimo, mentre lo spirito nuovo del cristianesimo molte volte soccombe (anche se in questi anni sta emergendo una terza forza che sta soffocando le altre due e cioè, un senso di disinteresse per tutto, almeno da parte delle nuove generazioni). Nonostante la sua carica rivoluzionaria, il cristianesimo non è riuscito e forse non riuscirà mai a soffocare alcuni elementi “paganeggianti” insiti nell’uomo che non ha avuto una “nuova nascita” ; dal rigetto totale si giunge più spesso all’integrazione e all’inglobamento, cioè a quel sincretismo cristiano-pagano di cui si è fatto cenno e che rende il nostro popolo, pagano e cristiano nello stesso tempo.


Dio e i Santi nell'ideologia delle classi subalterne

Particolarissimo poi, è il rapporto che si instaura con i santi prima e con Dio, poi. I Santi sono figure che il popolo ha creato a sua misura e la richiesta della loro protezione risponde più che ad un bisogno dell’anima a quella del corpo. Si usa così mettere una città, un quartiere, una struttura produttiva e sociale, a volte una persona, sotto la protezione di un santo, come molti secoli prima si usava chiedere la tutela di una divinità, per il bisogno innato nell’uomo di sentirsi protetto in caso di calamità naturali, in caso di bisogno e di aiuto contro le normali avversità della vita. Così durante la festa del patrono, che generalmente è la più solenne e la più sontuosa del paese, il popolo con grande trasporto e gioia ringrazia il santo per i benefici ricevuti.
Nel momento della celebrazione il sentimento di fede del popolo verso il santo protettore si esprime secondo forme rituali e locali ormai codificate, che a volte travalicano in un paganesimo, malcoperto dalla coltre unificante del cristianesimo, che nel tempo ha fatto di tutto per assimilare le esigenze popolari.
In questi ultimi decenni, grazie al divieto ecclesiastico, sono scomparse delle barbare usanze, che prima venivano praticate anche adonta di esso!
Non si tratta comunque di situazioni legate ad un lontano passato; basterebbe leggere al propo sito alcuni pensieri del Pitrè che ha scritto fra la fine del XIX secolo: “Il popolo nostro non fa distinzione tra culto dovuto a Dio e culto dovuto ai santi; però a questi, anzi, singolarizzando, al santo patrono, presta una specie
di adorazione che confina con quella che si deve a Colui che tutto move. La Madonna, ora sotto i diversi attributi consacrateli dalla chiesa, ora sotto le qualificazioni tradizionali e locali del popolo, supera tutti e perfino lo stesso Dio. Il cuore, più forte della religione, guarda alla Madre di Dio, che chiama “Bella Madre”, e non sa di distinzioni teologiche, e col cuore il credente popolano confonde la iperdolia con la latria e la latria, senza discorrerne le conseguenze, mette al di sotto della dulia. II santo patrono è senz’altro una specie di divinità locale, che egli prega, supplica come Dio, e dalla quale tutto chiede, tutto vuole, e certe volte tutto pretende con argomenti che chiamano il sorriso sulle labbra degli spettatori più seri”.
Aggiunge infine che “il nostro popolo nella devozione ai santi patroni è un po’ utilitario e un tantinello egoista”.
Questo tipo di rapporto con il santo è sentito in modo così intimo che lo si fa partecipare anche alla vita del suo popolo, si ritiene sensibile alla realtà che lo circonda e quindi anche alle punizioni che gli si possono infliggere se non fa il suo dovere come protettore della città.
Un esempio caratteristico ci viene dato dal bisogno che i nostri contadini hanno dell’acqua e di quello che si pretendeva perciò dai santi, intercessori della pioggia. L’acqua è infatti un bene essenziale alla vita e all’economia agricola, e nella nostra contea ancor di più, visto che nell’altipiano l’agricoltura rappresenta il perno dell’economia e ieri più di oggi. I contadini sanno per esperienza che pioverà, ma la fluttuazione del tempo suscita una certa tensione che il contadino riesce a superare se si mettono in pratica dei rituali magico - religiosi che in un certo senso gli danno la convinzione che “adesso pioverà”. In questo modo l’attesa è meno angosciosa visto che adesso ci “penserà un santo”.

Epigenesi delle feste religiose

Il popolo siciliano, e quello della contea di Modica in particolare, ha un folto calendario di feste popolari religiose e di spettacoli tradizionali con processioni e con riti spesso drammatici, ai quali la gente partecipa con grande trasporto. Sono riti, costumi e superstizioni che difficilmente si trovano altrove.
Non è affermazione certamente nuova il dire che “la maggior parte delle credenze e degli usi popolari di oggi, sono né più né meno credenze ed usi antichissimi venuti a noi con le teogonie dei Greci e dei Romani”.
Tranne pochi casi, tuttavia, è quasi sempre impossibile, dopo millenni di storia, ricostruire gli eventi originali e gli apporti del paganesimo nelle tradizioni religiose siciliane. Infatti, come scrisse il Pitrè: “non è sempre agevole, anzi è talvolta estremamente difficile il saper leggere dentro a codesti fatti e l’indovinare il senso recondito per riportarli al loro significato primitivo”.
Alcuni di questi “relitti” si possono diagnosticare con chiarezza: “Venus di mezzagosto” con l’Assunta, “Giardini di Adone” con i “sepolcri”, il Natale con il culto del “Dies solis invicti”; mentre altri si possono solo ipotizzare.
Nella massima parte dei casi, i riti e le superstizioni relative a queste feste popolari durante l’arco dell’anno sono legate a quei fenomeni ciclici, come le stagioni, i movimenti della terra e degli astri e il loro periodico ripetersi che hanno dato luogo a leggende ed usanze che sono vive ancora oggi. In modo particolare il sole con il suo ciclico sorgere e tramontare, assimilabile simbolicamente con la nascita e con la morte, ha esercitato la più grande influenza sullo spirito dell’uomo, il quale ha trovato nella sua immaginazione un fertile substrato per la creazione di fantastiche leggende.
Infatti la maggior concentrazione di feste popolari rituali si ha in due grandi momenti dell’anno: all’approssimarsi della primavera, quando tutta la natura si risveglia e rifiorisce, e il sole dà più luce, e all’approssimarsi dell’inverno, quando la natura si riposa e il sole è meno generoso di luce; proiezione sul piano astronomico e meteorologico della lotta tra due entità contrapposte e rappresentanti da sempre l’antico dualismo fra nuovo e vecchio, fra bene e male, fra vita e morte. Questi ancestrali contrasti hanno assunto, attraverso modificazioni progressive nei secoli, nuove configurazioni, dislocandosi in contrasti fra paesi vicini e, nell’ambito dello stesso paese, in contrasti fra contrade o confraternite, nascondendosi dietro il fanatismo di un santo, “tanto che un santo è nemico dell’altro” come testimoniano le lotte fra i quartieri di Ragusa, Modica, Comiso e Monterosso.

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